Vivarium e la carriera già scritta: quando il lavoro diventa una casa senza uscita
Attenzione: l’articolo contiene spoiler sul film Vivarium.
Ci sono film che raccontano una storia e film che, una volta terminati, continuano a lavorare dentro di noi. Vivarium, diretto da Lorcan Finnegan, appartiene decisamente alla seconda categoria.
La vicenda parte da una situazione apparentemente ordinaria: Tom e Gemma, una giovane coppia, stanno cercando casa. Un agente immobiliare li accompagna a visitare Yonder, un quartiere residenziale composto da villette perfettamente identiche. Tutto è ordinato, pulito e rassicurante. Forse fin troppo.
Quando provano ad andarsene, però, scoprono che ogni strada li riporta sempre allo stesso punto: la casa numero 9.
Da quel momento, quello che sembrava il simbolo di una vita adulta finalmente realizzata diventa una prigione.
Guardando il film dal punto di vista dell’orientamento professionale, Yonder può essere letto come una potente rappresentazione delle vite costruite seguendo un copione già scritto: trovare un lavoro stabile, fare carriera, comprare casa, assumere un ruolo riconoscibile e continuare a percorrere quella strada perché è ciò che ci si aspetta da noi.
Ma cosa accade quando la vita che dovrebbe renderci felici non ci somiglia più?
La promessa di una vita perfetta
Yonder è un luogo artificiale. Le case sono tutte uguali, il cielo sembra dipinto, il cibo non ha sapore. È una versione apparentemente perfetta della vita, dalla quale però è stato eliminato tutto ciò che rende un’esperienza autenticamente umana: l’imprevisto, la diversità, il desiderio, la possibilità di scegliere.
Anche nel mondo professionale possiamo ritrovarci a inseguire una nostra personale versione di Yonder.
Può essere il posto fisso che abbiamo sempre pensato di dover desiderare. La promozione che, una volta raggiunta, scopriamo non darci alcuna soddisfazione. La professione scelta perché considerata prestigiosa, sicura o coerente con le aspettative familiari.
Dall’esterno tutto appare corretto.
Abbiamo un ruolo riconoscibile, uno stipendio, una posizione da indicare su LinkedIn. Eppure, dentro, può iniziare a comparire una sensazione difficile da spiegare: quella di vivere in una casa costruita per noi da qualcun altro.
Il problema non è necessariamente il lavoro in sé. Il problema nasce quando smettiamo di domandarci se quel lavoro continui ad avere un significato per noi.
Quando ogni strada riporta allo stesso punto
Tom e Gemma provano ripetutamente a lasciare il quartiere. Guidano per ore, cambiano direzione, cercano nuovi percorsi. Ma finiscono sempre davanti alla stessa casa.
È un’immagine che ricorda molto l’esperienza di chi desidera cambiare lavoro, ma continua a muoversi all’interno dello stesso schema.
Cambiamo azienda, ma scegliamo un contesto identico al precedente. Cerchiamo un nuovo ruolo, ma utilizziamo come unico criterio lo stipendio o la stabilità. Ci candidiamo per posizioni che non ci interessano davvero perché sembrano la prosecuzione più logica del nostro curriculum.
Ci muoviamo, ma non cambiamo direzione.
Nell’orientamento professionale capita spesso di incontrare persone che dicono:
“Non posso buttare via tutto quello che ho costruito.”
“Ormai ho sempre fatto questo.”
“Non saprei fare altro.”
“Cambiare adesso sarebbe troppo rischioso.”
Sono frasi comprensibili, che parlano di paura, responsabilità e bisogno di sicurezza. Ma possono diventare anche i confini invisibili del nostro Yonder professionale.
Quando pensiamo che il futuro debba essere necessariamente una replica del passato, ogni strada finisce per riportarci al punto di partenza.
Tom e la buca: lavorare senza sapere perché
Una delle immagini più disturbanti del film è quella di Tom che scava incessantemente una buca nel giardino.
All’inizio lo fa pensando di poter trovare una via di fuga. Con il tempo, però, il gesto diventa sempre più automatico e ossessivo. Tom continua a scavare anche quando il lavoro lo indebolisce, lo isola e compromette la relazione con Gemma.
Non sa più davvero perché lo stia facendo. Sa soltanto che deve continuare.
È difficile non vedere in questa scena una rappresentazione del lavoro vissuto esclusivamente come fatica, dovere e ripetizione.
Lavorare molto non significa necessariamente lavorare con uno scopo. Possiamo essere estremamente produttivi e, contemporaneamente, sentirci profondamente disconnessi da ciò che facciamo.
Continuiamo a scavare perché abbiamo iniziato.
Perché qualcuno deve farlo.
Perché fermarci ci costringerebbe a domandarci che senso abbia quella buca.
A volte il malessere professionale non nasce dal carico di lavoro, ma dalla perdita di significato. Dalla sensazione che le nostre energie vengano assorbite da attività che non ci permettono di esprimere competenze, valori o parti importanti della nostra identità.
La domanda, allora, non è soltanto: “Quanto sto lavorando?”
È anche: “Verso cosa sto lavorando?”
I ruoli che finiscono per inghiottirci
A Tom e Gemma viene affidata una creatura con una richiesta precisa: crescerla fino all’età adulta.
Il bambino non è umano, ma imita i comportamenti umani. Chiede, consuma, urla, osserva e apprende. Lentamente, la vita dei protagonisti viene completamente organizzata intorno al compito che è stato assegnato loro.
Gemma, pur occupandosi della creatura, continua a ripetere: “Non sono tua madre”.
È un tentativo di difendere la propria identità da un ruolo imposto.
Anche nel lavoro possiamo finire intrappolati in ruoli che, inizialmente, avevamo semplicemente accettato.
Diventiamo “quella affidabile”, “quello che risolve sempre tutto”, “la persona disponibile”, “il responsabile che non può mostrare fragilità”, “la professionista che non può cambiare idea”.
Con il tempo, ciò che facciamo rischia di coincidere completamente con ciò che siamo.
Ma noi non siamo soltanto il nostro ruolo professionale.
Non siamo soltanto il titolo scritto sotto il nostro nome, la funzione che ricopriamo o l’insieme delle aspettative che gli altri hanno costruito intorno a noi.
Un percorso di orientamento può servire proprio a separare questi piani: distinguere l’identità dalla posizione occupata, le competenze dal contesto in cui le abbiamo utilizzate e i desideri autentici dalle richieste che abbiamo imparato a soddisfare.
Il rischio di vivere una carriera per imitazione
Nel finale del film scopriamo che il bambino è stato cresciuto per sostituire l’agente immobiliare e attirare nuove coppie all’interno di Yonder.
Il sistema si riproduce attraverso individui che occupano il ruolo assegnato, senza metterne in discussione il funzionamento.
Anche alcune scelte professionali possono nascere per imitazione.
Scegliamo un percorso perché è quello intrapreso dalle persone intorno a noi. Inseguiamo una certa idea di successo perché è la più visibile. Misuriamo il nostro valore utilizzando parametri che non abbiamo mai scelto consapevolmente: lo stipendio, il livello gerarchico, la velocità della crescita, la reputazione dell’azienda.
Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare stabilità, riconoscimento o avanzamento professionale. Il punto è capire se quei desideri ci appartengano davvero.
Una carriera può apparire perfettamente riuscita secondo i criteri esterni e, nello stesso tempo, essere profondamente distante dalla persona che la sta vivendo.
Orientarsi significa interrompere l’automatismo
Vivarium non offre una vera via di fuga. Il suo universo è chiuso, circolare e spietato.
La vita professionale, fortunatamente, non è un film distopico. Anche quando ci sentiamo bloccati, esistono quasi sempre piccoli margini di movimento.
Orientarsi non significa necessariamente lasciare tutto, licenziarsi o ricominciare da zero.
Può significare fermarsi abbastanza a lungo da osservare la casa in cui ci troviamo.
Chiederci quali parti della nostra vita professionale abbiamo scelto e quali abbiamo semplicemente accettato. Riconoscere ciò che ci nutre e ciò che ci svuota. Individuare competenze che potremmo trasferire altrove. Esplorare alternative prima di prendere decisioni definitive.
Soprattutto, orientarsi significa tornare a immaginare.
Perché la vera trappola non è sempre il lavoro che stiamo facendo. A volte è la convinzione che non esista nessun’altra strada possibile.
Alcune domande per riconoscere il proprio Yonder professionale
Quanto della mia attuale vita lavorativa è frutto di una scelta consapevole?
Quali aspettative sto cercando di soddisfare?
Il mio lavoro mi permette ancora di esprimere qualcosa di importante per me?
Sto continuando a scavare perché credo in ciò che faccio o perché non so come fermarmi?
Quale parte della mia identità è rimasta fuori dalla mia vita professionale?
Che cosa cambierei, se non dovessi dimostrare niente a nessuno?
Quale piccolo esperimento potrei iniziare senza stravolgere immediatamente la mia vita?
Non sempre possiamo uscire subito dalla casa numero 9.
Possiamo però cominciare a riconoscere che quella casa non rappresenta l’unico modo possibile di abitare il nostro futuro.